venerdì, 11 novembre 2005

DOCUMENTO UNITARIO SULLO STATO DEI SERVIZI PUBBLICI E DELLE SOCIETA PARTECIPATE COMUNALI PRESENTATO ALLA STAMPA DALLA MINORANZA AL COMUNE DI VITERBO IN DATA 11 NOVEMBRE 2005

 

Il 17 dicembre 2002 il Consiglio Comunale approvava, a maggioranza, la delibera 196, avviando il processo di riorganizzazione dei servizi pubblici locali.

 

A distanza di quasi tre anni è doveroso interrogarsi sullo stato di questo processo, soprattutto verificare se e come gli obiettivi allora dichiarati di economicità, efficacia ed efficienza siano stati conseguiti. Se, in sostanza, i molteplici benefici alla cittadinanza annunciati e promessi si siano in qualche modo realizzati.

 

Da subito si annunciò un immediato -riscuotibile già a partire dal 2003- bonus di oltre due milioni di Euro, mentre i “piani industriali” portati a corredo della delibera disegnavano un proiezione triennale con significativi e progressivi incrementi di tale dotazione.

 

Tali previsioni prospettavano una condizione per cui tra recuperi di profitti, fino a quel momento orientati alla remunerazione dei servizi in appalto, economie di scala e sinergie operative, canoni di locazione delle reti, corrispettivi dalle partecipazioni agli utili d’azienda, ipotizzati sarebbero pervenute all’amministrazione risorse aggiuntive. La realtà è che per quanto riguarda gli utili -come è desumibile dai bilanci 2003 e 2004- alla voce “utili da aziende partecipate” la somma riportata è ZERO.

 

Per quanto riguarda poi la qualità dei servizi resi basterebbe rilevare -cosa mai fatta, peraltro- il grado di soddisfacimento dei cittadini. In particolare per quello che rappresenta il primario e più scontato, la pulizia della città. È sotto gli occhi tutti il progressivo e diffuso peggioramento di questo servizio, con una raccolta dei rifiuti solidi urbani dai cassonetti, nei quartieri esterni al perimetro della cinta muraria, condotto a giorni alterni; con una distribuzione e la pulizia periodica degli stessi cassonetti diffusamente carente; con un servizio di pulizia e disinfestazione delle cosiddette caditoie assolutamente aleatorio; per non parlare dei servizi di disinfestazione, derattizzazione, delle deiezioni dei piccioni torraioli e delle deiezioni canine, per cui non solo non si è adottata una seria politica efficace di contrasto, ma che rendono invivibili -non rimosse per giorni e settimane- i già pochi giardini, gran parte dei marciapiedi e delle vie e piazze della città.

 

Un obiettivo di qualità legittimo e doveroso da porre come prioritario -e che invece è stato trascurato- era quello della raccolta differenziata. La città di Viterbo è collocata agli ultimi posti nella graduatoria nazionale; siamo fermi da anni ad una percentuale di circa il 5%, nonostante nel tempo la sensibilità ed il senso di partecipazione dei cittadini sia notevolmente aumentato sui temi ambientali in generale e su questo in particolare. Non c’è stata una politica che consentisse lo sviluppo di questo obiettivo di qualità, di civiltà ed anche di economicità, in ragione delle dinamiche tariffarie legate a questa questione. Una politica che doveva concretizzarsi nell’avviare un serio investimento di dotazioni strutturali, di strumentazione organizzativa, di una promozione sollecitata da adeguate campagne informative e leve incentivanti. Se si esclude la “sperimentazione” avviata in alcune limitate aree del centro storico, null’altro è stato fatto. Rispetto all’obiettivo di legge del Decreto Ronchi della quota del 35% da conseguire nell’anno 2004 nemmeno di fallimento si può parlare. Semplicemente, con supplemento di colpa, di totale rinuncia.

 

Su questo versante quindi un vero e proprio regresso. Certo la tariffa non è aumentata. E con quale legittimazione -a fronte di ciò- sarebbe ipotizzabile richiedere ai cittadini oggi un aumento?

 

Non si dica che manca il personale perché non solo al CEV è stato trasferito tutto e lo stesso personale in forza alla azienda che ha gestito il servizio fino al 28 febbraio 2003, ma si è proceduto a stabilizzare quello precedentemente occupato trimestralmente, e si è proceduto ad ulteriori assunzioni, peraltro “selezionate” con le stesse modalità di un'azienda privata.

Non si dica che la dotazione dei mezzi è insufficiente e vetusta, perché la questione era stata ampiamente posta e fu risposto che la neonata società avrebbe fronteggiato senza eccessivi problemi, che queste erano preoccupazioni ed allarmi strumentali.

Non si dica che la città è cresciuta, perché sessantamila eravamo e sessantamila siamo.

Non si dica che la TARSU è evasa, perché sono otto anni che combattiamo l’evasione dei tributi locali con una task-force aggiuntiva alla dotazione organica di circa 30 unità.

Le perplessità che portarono il gruppi di opposizione a diversificare il loro voto tra contrari ed astenuti, a non sostenere acriticamente la scelta del 17 dicembre 2002 nascono da qui. Non c’era e non c’è nessuna pregiudiziale ideologica o nominalistica, attinente a privatizzazioni si o no, esternalizzazioni o meno, che indussero ad avanzare dubbi, rilievi, richieste di approfondimenti e correzioni. C’era, e c’è, una la constatazione della distanza tra le affermazioni verbali ed i dati reali, una diffidenza motivata e ragionata verso una operazione che si annunciava più come una confusa riorganizzazione del potere piuttosto che un serio tentativo di innovare e praticare credibilmente una efficace politica dei servizi pubblici nell’ottica dell’interesse generale.

Ci fu rimproverato che la nostra posizione era isolata e di retroguardia. Ci fu contrapposta l’adesione delle organizzazioni sindacali, gli accordi con queste sottoscritti e le garanzie offerte.

Com’è che a distanza di pochi mesi registriamo lo stato di agitazione dei lavoratori dell’igiene urbana, il ricorso alla magistratura di tutto il personale ex-Sauv, il contenzioso irrisolto con gli ex-Custer, il malessere degli addetti ai servizi cimiteriali?

Si ripropongono in sostanza questioni affrontate all’epoca in maniera approssimativa e semplicistica, nodi organizzativi e gestionali irrisolti, l’abbandono di quel clima di concertazione e confronto indispensabile con gli operatori, carenza di indirizzi e ruolo da parte dell’Amministrazione, legittime preoccupazioni sulla tenuta complessiva delle partecipate. C’è il timore che l’insieme di questi fattori incancreniscano la situazione e aprano la strada ad un conflitto esteso e diffuso, l’opposto di quello che invece serve.

Alcuni esempi:

VICENDA CUSTER

Nel 1997 l’amministrazione, sindaco Meroi, bandì una gara per affidare un servizio di supporto ed assistenza agli uffici comunali per il recupero dell’evasione dei tributi locali, ICl e TARSU. Insomma paghiamo tutti per pagare meno. Principio sano. Ancora da applicare, evidentemente. Vinse la CUSTER. Nella valutazione della commissione aggiudicatrice -trattandosi di appalto concorso- tempi e modalità di esecuzione del contratto furono decisivi. Due anni per completare il lavoro, costruire la banca dati, lasciare all’amministrazione tutta la strumentazione conoscitiva e procedurale. L’operazione avrebbe comportato scarso impatto con la cittadinanza, operando per lo più sull’incrocio di banche dati esistenti. Tralasciamo le polemiche e le rimostranze invece dei cittadini. Furono “selezionate” -con contratto di collaborazione coordinata e continuativa- circa 30 unità. Corrispettivo il 38% dell’evasione recuperata. Proroga su proroga la CUSTER se va nel 2003, senza aver completato il lavoro e senza pagare penali. Il sindacato rivendica una stabilizzazione cioè, in italiano, l’assunzione definitiva di questi lavoratori, considerato che alcuni operano ormai da oltre sette anni in regime di precariato. L’amministrazione comunale firma e si impegna. Il sindacato raccoglie il pezzo di carta e passa all’incasso. Il CEV assume per l’intanto a tempo determinato questi lavoratori. Infatti, bene o male -dal momento che in 7-8 anni qualcosa si doveva pur fare- passata a ruolo l’evasione, come prevedibile il corrispettivo ovviamente diminuisce. Ormai le uova sono rotte e sta al CEV cuocere la frittata. Sarebbe stato infatti legittimo domandarsi: chi paga? Quali nuove funzioni, quali nuovi servizi avrebbero sostanziato l’equilibrio di questa operazione? Tant’è, avanti si vada, senza dubbi. Dopo il primo bilancio CEV, verificata la precarietà dei conti, una prima trovata. Le contravvenzioni non le riscuotano più i vigili, affidiamole al CEV. Trecentomila euro circa passati dall’amministrazione, dagli impieghi in opere pubbliche o servizi istituzionali, a pompare risorse necessarie a tenere bilanci della società presentabili. Ma i cittadini che ci guadagnano? E agli stessi lavoratori -appesi ad una operazione di cosmetica contabile piuttosto che ad una nuova funzione produttiva e/o socialmente utile- che seria prospettiva si offre?

IL CONTROLLO DELL’ECONOMIA.

La recente pronuncia dell’Autorità di Vigilanza, sollecitata sia dai gruppi d’opposizione che dal mondo associativo imprenditoriale, quest’ultimo non certo riconducibile a schieramenti politici pregiudizialmente in contrasto con l’Amministrazione, conferma quanto a livello politico e nelle sedi istituzionali da tempo veniva segnalato e denunciato.

Cioè che anche e soprattutto intorno alle società partecipate si addensavano interessi economici - legati al proliferare di appalti, forniture, consulenze ed incarichi, orientati da procedure sommarie non conformi alle norme di legge, con quegli ampi poteri discrezionali che hanno consentito a molti di parlare di mercato chiuso, di concorrenza bloccata. In sostanza, quella di trovarsi di fronte ad una economia subordinata alla politica, era qualcosa di più di una impressione. Perché la politica, o meglio il ceto politico di governo di questa città, in ragione della occupazione dei principali snodi amministrativi e di potere, è stato ed è capace quindi di selezionare con sufficiente incisività chi, quando, quanto coinvolgere nel processo di distribuzione connesso al fatturato delle società. Al di là delle legittime discussioni sull’utilità, l’estetica, l’opportunità dei lavori fatti, la vicenda Via Marconi è da questo punto di vista emblematica.

La sede politica -bypassando completamente il Consiglio Comunale- decide di realizzare questi lavori, fuori da ogni logica di programmazione e dei suoi strumenti istituzionali (Programma Triennale delle Opere Pubbliche). Addirittura annuncia l’opera prima che ogni procedimento amministrativo sia ancora attivato.

Si attiva così un investimento di centinaia di migliaia di Euro: la politica nelle sedi istituzionali, con questa procedura affrettata e sbrigativa, quindi mette in moto il meccanismo. Come dice l’Autorità di Vigilanza, facendo orecchio da mercante alle obiezioni della minoranza nelle sedi istituzionali (vedi dibattito consiliare), questi lavori vengono affidati al CEV quando e come non si sarebbe potuto. Il CEV a sua volta -governato da un c.d.a. espressione per larga parte della stessa politica che ha avviato la procedura, nominato fiduciariamente e direttamente dal Sindaco- chiama in causa per l’esecuzione di buona parte dei lavori imprese azioniste minoritarie, a loro volta selezionate per la partecipazione azionaria senza alcuna procedura ad evidenza pubblica. Il cerchio si chiude. E ciò vale non solo per i lavori, ma anche per tutto quello che ci gira intorno, e cioè incarichi professionali, consulenze, progettazioni, e quant’altro. Dall’inizio alla fine il meccanismo procede con un criterio di assoluta discrezionalità, un meccanismo dove il potere della politica è decisivo.

Così come è decisivo nella politica delle assunzioni, che dalla costituzione delle società ad oggi, assommano a oltre ……, tutte eseguite col criterio della chiamata diretta e nominativa. Certo nella più assoluta legittimità -trattandosi formalmente di società gestite con criteri privatisti- ma contro ogni regola di buon senso, imparzialità e trasparenza trattandosi pur sempre di società controllate dall’Amministrazione, per cui una procedura di selezione pubblica si imporrebbe a contrastare ogni tentazione di deriva nepotistica e clientelare.

 

Con lo stesso criterio si è proceduto finora per gli appalti della pubblica illuminazione, del verde, dell’arredo urbano, degli impianti termici e tecnologici, di pulizia degli uffici e dei bagni pubblici. Tutti in contrasto con procedure di evidenza pubblica. Per cui la questione che si pone oggi è non solo di non fare più così -come preannuncia l’Amministrazione con una direttiva dirigenziale del settore LLPP- ma come ricondurre a legittimità l’esistente, annullando in primo luogo gli atti illegittimi.

 

ROBUR s.p.a.

Sulla ROBUR s.p.a. si impone un ragionamento che riguarda il suo futuro, atteso che nasce esplicitamente come soluzione transitoria, nelle more della definizione delle procedure di affidamento del Servizio Idrico Integrato nel contesto ATO.

 

C’è casomai da registrare come le ottimistiche previsioni dei piani industriali che la riguardavano per quanto attiene alla operatività nel trading dell’energia elettrica e nella distribuzione del gas, siano rimaste solo sulla carta. Per ora hanno prodotto solo costi in consulenze e progetti, ma di concretamente realizzato/realizzabile non c’è nulla. E pensare che dovevano produrre utili per centinaia di migliaia di euro già a partire dal 2004. Del tutto evidente quindi la sottovalutazione delle difficoltà di accesso ad un mercato la cui liberalizzazione è di fatto incompiuta, che presuppone comunque una dimensione operativa ed una competenza organizzativa difficili da inventare dal nulla.

 

Singolare poi a riguardo l’operazione di estendere -con mirate modifiche statutarie- l’oggetto sociale della ROBUR, rafforzando ulteriormente una linea di sovrapposizione con la missione produttiva del CEV s.p.a. Il che denota l’accentuarsi di una confusione circa i ruoli delle singole società in una strategia unitaria e unificante.

 

Non ultimo è ormai ineludibile il vincolo normativo che impedisce la partecipazione di ROBUR s.p.a. al soggetto gestore del Servizio Idrico Integrato (TALETE s.p.a.). Come precisato più avanti quindi la questione vera e immediata -direttamente relazionata con l’attuarsi della legge Galli finalmente anche nella provincia di Viterbo- è quella del superamento e scioglimento/integrazione di ROBUR nella TALETE s.p.a.

 

FRANCIGENA s.r.l.

Diverso il discorso per FRANCIGENA s.r.l., infatti l’idea di ricondurre in un unico centro di indirizzo operativo -una sorta di agenzia comunale per la mobilità- le diverse questioni e segmentazioni che attengono le politiche della mobilità urbana è in assoluto interessante e potenzialmente aperta a sviluppi significativi.

 

In tutto questo l’attribuzione di attività come le farmacie comunali non c’entra proprio nulla e manifesta una forzatura, che trova una sua “giustificazione” solo nei risvolti finanziari che produce. Come è evidente non c’è nessuna relazione operativa e/o produttiva possibile e pure le sinergie possibili dall’essere le due farmacie sotto lo stesso ombrello non vengono attivate, tant’è che operano come due realtà distinte e separate, non provvedendo nemmeno ad approvvigionamenti congiunti.

 

L’unica cosa che è cambiato è che per le necessità operative della seconda farmacia si è proceduto alla assunzione diretta di commessi, a chiamata nominativa, cogliendo l’occasione per “sistemare” qualche consigliere comunale disoccupato.

 

Il nodo fondamentale quindi è quale politica per il Trasporto Pubblico Locale, partendo dalla constatazione che una riflessione seria -e come tale documentata e costruita sui bisogni effettivi di mobilità- in tale direzione non è stata mai impostata.

 

Questione preliminare è sapere non solo chi, quando, quanto, perché, lungo quale direttrici, usufruisce del servizio pubblico attualmente nella città, ma tentare di capire quali bisogni di mobilità è possibile intercettare e soddisfare, e costruire quindi un assetto organizzativo ed un sistema che non legittimi se stesso nella pura e semplice congiunzione di luoghi, nella produzione di asettici chilometraggi.

 

Dalla FRANCIGENA questo è quello che ci si aspetta, a questo deve servire. Le polemiche ed il dibattito, a volte rituale e sterile sulla regolamentazione del traffico cittadino, -gli stessi dati che ci collocano sul podio per uso e consumo dell’automobile- denunciano l’urgenza e la drammaticità di una questione irrisolta, che nell’ultimo decennio è andata via via aggravandosi ed attorcigliandosi su se stessa, senza intravedere una via d’uscita moderna, graduale ma concreta.

 

Quale occasione migliore poteva essere rappresentata dalla costituzione di questa società, dalla maggiore snellezza operativa e capacità innovativa che veniva rappresentata. Invece l’unica innovazione è stata quella di un ritocco/adeguamento delle tariffe, anche questo non orientato a favorire ed aumentare utenze ed usi, ma semplicemente per favorire/incrementare la riscossione del pedaggio.

 

Così come sostanzialmente estemporanea è stata la politica di ottimizzazione, incremento e gestione della sosta -con le note vicende dei parcheggi istituiti e revocati- nell’assenza di una strategia organica, mantenendo una arretratezza tecnologica disarmante, testimoniata dalla pressoché inesistente presenza di macchinette automatiche per il pagamento dei pedaggi, da un dualismo gestionale irrisolto con la cooperativa Parcheggiatori, senza protagonismo alcuno nella prospettiva di creazione di nuove aree parcheggio, territorio esclusivo dell’iniziativa privata.

 

 

In conclusione è evidente che il disegno di riorganizzazione del modello di gestione dei servizi pubblici locali varato dal centrodestra alla fine del 2002 si è rivelato inadeguato a perseguire gli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità prefissi allora. Ma esso è oggi tanto più non fondato normativamente e gravemente insufficiente dal punto di vista imprenditoriale e finanziario in quanto gli scenari e i presupposti in questi tre anni sonno mutati. Nel frattempo gli organismi di controllo (a partire dai revisori del conto del Comune) non hanno mai esercitato il ruolo che ad essi competeva, mentre non sono stati neanche costituiti i comitati tecnici di gestione previsti dai contratti di servizio.

 

Per questo riteniamo di dover avanzare una proposta complessiva di riorganizzazione che tenga conto della situazione esistente ma sappia nel contempo guardare con ambizione alla missione di gestione dei servizi pubblici locali in un’ottica di razionalizzazione, di esaltazione delle sinergie, di stimolo verso l’imprenditoria ed il mercato locale.

 

Partiamo dal punto fermo che i piani industriali, che già tre anni fa giudicammo carenti da una parte e pretenziosi dall’altra, si sono rivelati un bluff malriuscito, un vero e proprio fallimento. Consideriamo poi il contesto territoriale nel quale ci troviamo ad operare valutando possibili economie di scala e rilevando le sovrapposizioni di business fra diversi soggetti di emanazione pubblica attivi ed operanti. Il tutto nel quadro di legittimità delineato dalla normativa vigente, a partire dall’art. 113 del T.U.O.E.L.

 

La holding che doveva sovrintendere alla tre società operative del Comune di Viterbo e favorire l’azionariato popolare non ha mai visto la luce ed ormai essa appare una ipotesi del tutto superata.

 

Crediamo quindi che vada salvaguardata la specificità e l’autonomia della FRANCIGENA s.r.l. quale esercente del servizio di Trasporto Pubblico Locale. Anzi, di più: crediamo che essa possa divenire il nucleo fondante di un soggetto gestore della mobilità cittadina integrata, indirizzo che già da anni proponiamo e che il Consiglio comunale ha approvato con deliberazione n. 52 del 5 aprile 2001. In questa direzione è quindi possibile esaltarne la funzione con nuove attività mentre vanno dimesse quelle (del tutto estranee al core business) legate alla gestione delle farmacie comunali.

 

Per quanto riguarda il CEV s.p.a. è evidente che la deliberazione 79/05 dell’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici abbia messo in risalto la mancanza di legittimità della azione del CEV in relazione alla sua composizione societaria. E se pure possa valere un principio di conservazione delle situazioni giuridiche determinatesi, esso comunque vale per un periodo di transizione che non può travalicare il 31‑12‑2006. Difatti l’art. 113 del T.U.O.E.L. esclude tassativamente la possibilità che oltre tale data sussistano affidamenti di servizi pubblici locali a rilevanza economica a società miste i cui soci privati siano stati scelti con procedure selettive diverse dall’evidenza pubblica. La scelta da operare rapidamente è quindi, a nostro parere, quella di una pubblicizzazione integrale di CEV s.p.a. con una acquisizione delle quote dei privati da parte del Comune. Tale processo non deve però essere estraneo a quello riguardante ROBUR s.p.a., dato che la realizzazione del passaggio della gestione del servizio idrico integrato a TALETE s.p.a. per l’intero Ambito Territoriale Ottimale n. 1 - Lazio Nord-Viterbo impone, a nostro avviso, l’uscita di scena sia dalla gestione che dal capitale sociale di TALETE s.p.a. dei tre soggetti diversi dagli enti locali (ROBUR, SIIT, COBALB).

Se ROBUR s.p.a. deve lasciare il campo del servizio idrico integrato (trasferendo parte del personale, dei mezzi e del know-how a TALETE s.p.a.) potrà invece sviluppare le altre attività previste nel suo oggetto sociale, in primo luogo quelle inerenti l’energia. Questo è peraltro il terreno sul quale l’ultima modifica statutaria ha creato una evidente sovrapposizione con CEV s.p.a. a livello comunale ed una duplicazione delle funzioni proprie di ESCO TUSCIA s.p.a. a livello provinciale. La nostra proposta è quindi quella di dare vita, a partire dalla integrazione di ROBUR s.p.a. (svuotata, per ciò che è stato chiarito, dalle competenze in materia di servizio idrico integrato) con CEV s.p.a. e con ESCO TUSCIA s.p.a., ad un unico soggetto societario con ampie ma precise competenze in campo energetico-ambientale, che accolga nel proprio capitale sociale, accanto al Comune di Viterbo, la Provincia e i comuni minori della Tuscia. Richiamiamo l’attenzione su cosa ciò possa significare in termini di economia di scala per quel che riguarda la opportunità di avere un unico gestore del servizio di nettezza urbana a livello sovra-comunale. Pensiamo quindi ad una sola multi-utility locale, che superi le frammentazioni e le logiche particolaristiche, che semplifichi la filiera gestionale, che riduca i costi degli apparati, che metta a frutto tutte le possibili sinergie. È evidente la possibilità di guardare essenzialmente all’interesse degli utenti e dei contribuenti, diminuendo i posti da occupare nei consigli di amministrazione e creando un soggetto sostanzialmente svincolato dalle mutevoli maggioranze politiche perché orientato sulla propria mission imprenditoriale.

Quelle sopra delineate riteniamo siano le premesse per disegnare un modello che vada verso una strada di efficienza ed economicità nella gestione dei servizi pubblici locali invece che verso la creazione di strumenti di potere. Serve orientare in tal senso la volontà dell’amministrazione comunale di Viterbo, di quella provinciale e di quella dei comuni minori. Ci sentiamo di sostenerla e di perseguirla costruendo, attraverso un preciso orientamento imprenditoriale sostenuto da una volontà politica condivisa, un vero piano industriale.

Questo può avvenire andando alla definizione di nuovi contratti di servizio, basati su capitolati prestazionali che devono trovare la propria realizzazione in una autonomia della struttura gestionale impegnata a perseguire i più alti livelli di efficienza, nel rispetto di carte dei servizi che devono assicurare la piena soddisfazione degli utenti. Serve quindi una vera gestione industriale autonoma da parte della struttura tecnico-operativa delle società, ma nel quadro di una funzione di indirizzo politico che assicuri nei fatti il “controllo analogo a quello esercitato dall’amministrazione sui propri organi”, che è il presupposto normativo che legittima gli affidamenti in house. È chiaro che, in conseguenza, la vigilanza effettiva sul concreto conseguimento degli obiettivi politici che si prefiggono deve essere ricondotta all’organo cui spetta per legge, ossia il Consiglio Comunale.

In questa direzione i singoli servizi pubblici locali dovrebbero assumere la seguente configurazione:

·       TALETE s.p.a. (capitale sociale interamente pubblico con composizione totalitaria enti locali, Provincia e comuni dell’ATO - escono dal capitale sociale ROBUR, SITT e COBALB):

gestione del servizio idrico integrato.

·       NEWCO MULTIUTILITY (derivante dalla fusione di ROBUR s.p.a. con CEV s.p.a. e ESCO TUSCIA s.p.a. - capitale sociale interamente pubblico con composizione totalitaria enti locali, Provincia e comuni): servizi energetici e tecnologici, servizi di igiene ambientale, nettezza urbana, pulizia locali pubblici, verde pubblico, cimiteri, canili.

·       FRANCIGENA s.r.l. (capitale sociale interamente comunale): Trasporto Pubblico Locale, scuolabus, servizi per la mobilità, parcheggi, segnaletica orizzontale, verticale e semaforica, pubblica illuminazione, gestione delle contravvenzioni al codice della strada, servizi turistici integrati.

·       La gestione delle farmacie dovrebbe trovare una sua gestione autonoma nella forma che possa risultare la più adeguata.

·       Il recupero dell’evasione tributaria e la gestione delle altre sanzioni amministrative dovrebbe essere internalizzata all’amministrazione comunale.

Postato da Viterbocittà alle 17:18 | link | commenti |

sabato, 05 novembre 2005

CRONACHE QUOTIDIANE
 
Viterbo, città d’arte : bella, telegenica e avara… avarissima.... di gettacarte ( o cestini che dir si voglia…) disposti bellamente per le vie…. Me ne vo per la città, lo cerco e non lo trovo....
 
 
Tanto bella è Viterbo, tanto telegenica in ogni sua via e piazza quanto avara, anzi avarissima di gettacarte disposti bellamente per le vie… Ne vogliamo parlare ?
Ebbene sì, vago per il centro storico recando meco carte et similia di cui disfarmi in modo politicamente corretto, da bravo e compito cittadino… Mi giro intorno, ovunque il guardo io posi…nulla …niente, dell’oggetto del desiderio ( !) in questione neanche l’ombra… Imbocco Via Saffi, incrocio via della traversa, traverso a destra e a manca…nulla… non trovo l’occasione giusta per svuotare le tasche del loro contenuto in esubero, fogliettini , scontrini datati, biglietti d’autobus, chewing gum scaduti, fazzolettini ripiegati oltre ogni limite, etc... Proseguo imperterrito e fiducioso, supero affollate piazze e prestigiosi arredi urbani, ma… come sopra…non trovo nulla che solo si avvicini a ciò che mi serve… Smanio in preda ad un crescente disorientamento, ma il mio peregrinare è vacuo, aumentano solo le cose da gettare nel frattempo, le caramelle scartate a mò di operazione antistress, gli origami sbucati dal profondo delle tasche, l’oggettistica di vario taglio e fatta di cui liberarmi…Sì, ma dove ? Potrei risolvere tutto usando per l’abbisogna un maestoso, accogliente cassonetto, ma qualcosa mi frena, sarebbe solo un ripiego, non placherebbe la mia ansia, la mia voglia di sapere, di individuare il gettacarte propriamente detto…sempre più lontano e irraggiungibile, nascosto ai miei ormai disillusi occhi… Possibile, davvero, che non ci sia altra soluzione, che solo la strada verso casa, il ritorno alla magione, al cestino casalingo, sia la risolutiva ratio ? Quella estrema? Purtroppo sì, almeno a giudicare dal risultato deludente che mi regala il rincasare lento, il monitorare a ritroso il territorio angolo dopo angolo, fioriera dopo fioriera, fontana dopo fontana, bella donna ( e quante !) dopo bella donna… Giunto a destinazione, a tasche vuote ( finalmente...) m’interrogo a lungo sul da farsi : dico, per carità, non sarà mica una tragedia epocale , lo so, quel che notai, un problema che attanaglia le coscienze e che lo spirto inorridisce, ma, Signor Sindaco, me lo farebbe un piacere personale, me lo regalerebbe per Natale qualche gettacarte almeno intorno alle vie che più percorro, dove riporre ciò che superfluo s’imporrà al mio quotidiano girovagare per la città ? Che magari poi farà comodo anche a qualche altro pellegrino come me, che dice ? Si può fare ?
Max Bollori

Postato da Viterbocittà alle 00:12 | link | commenti |

 

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